La peste del 1348 secondo Boccaccio

boccaccio-decameroneIl Decameron di Boccaccio (clicca sulle parole Decameron e Boccaccio; si apriranno delle buone mappe) si apre con una drammatica immagine di morte, che contrasta con il tono del resto dell’opera e con l’allusione alle “graziosissime donne” dedicatarie dell’opera. L’autore descrive infatti la peste che colpì Firenze (e l’Europa intera) nel 1348, concentrandosi sul degrado morale della società che l’epidemia ha portato con sé in città. Sette ragazze e tre giovani uomini decidono di allontanarsi dalla città, ormai allo stremo, e ritirarsi nella campagna fiorentina.

Nell’Introduzione alla prima giornata del Decameron, all’interno della cornice narrativa, Boccaccio, dopo un articolato appello alle sue lettrici, spiega che la “dolorosa ricordazione della pestifera mortalità trapassata” è la responsabile dell’“orrido cominciamento” della sua opera. In circa quaranta paragrafi (sui 96 che compongono l’Introduzione), l’autore delinea il cupo e tragico panorama della città di Firenze; dopo aver ipotizzato le cause dell’epidemia 1 Boccaccio inizia a descrivere in maniera analitica e dettagliata i primi segni della pestilenza:

[…] nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, […] le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide […] E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno.

Nessun medico appare in grado di curare la malattia, da una parte per la novità dei sintomi, e dall’altra – come osserva l’autore – per l’ignoranza di molti uomini che si spacciano per dottori e scienziati 2. Ma, più che il propagarsi del morbo, ciò che colpisce l’osservatore è la dissoluzione di ogni forma di società o di rapporto civile 3: c’è chi si ritira in una vita ascetica o chi invece si abbandona ai piaceri della carne e della gola, ma, con il diffondersi del contagio, vengono meno tutti i principi d’affetto o di sangue. Dice Boccaccio:

E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.

La compassione e la pietà verso gli appestati vengono ignorate e dimenticate: i malati sono abbandonati in casa dai loro stessi parenti; i poveri muoiono in strada senza aiuto alcuno; molti abitanti di Firenze fuggono nelle campagne per evitare il contagio; i servi si approfittano dei padroni ammalati per derubarli; e si assiste pure a funerali solitari e a sepolture in fosse comuni, segno estremo della perversione dei tempi 4.

Così, di fronte a questa “gran moltitudine dei corpi mostrata” e al dissesto del sistema socio-economico stravolto dalla peste, non resta che provare a ripristinare i valori dell’equilibrio e della razionalità, secondo una scelta ben riassunta dalle prime parole di Pampinea al resto della “brigata”:

“Donne mie care, voi potete, così come io, molte volte avere udito che a niuna persona fa ingiuria chi onestamente usa la sua ragione”.

Da questo momento, parte il Decameron vero e proprio, con il suo progetto di ricostruire una nuova società, esemplificata dalla serena convivenza dei dieci giovani nella corte di campagna.

peste nera

Clicca qui per il testo completo La peste e la cornice del Decameron

Questo contenuto è condiviso sotto la licenza Creative Commons BY-NC-SA 3.0 IT

da https://library.weschool.com/lezione/tematiche-decameron-la-peste-4541.html

1 “la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali”.

2 “[…] la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse”.

3 Il crollo della vita fiorentina è collegato anche al crollo dell’autorità delle leggi, per la morte degli uomini di governo: “E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d’adoperare”.

4 “fosse grandissime nelle quali a centinaia si mettevano i sopravegnenti: e in quelle stivati, come si mettono le mercatantie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si ricoprieno infino a tanto che la fossa al sommo si pervenia”. La perdita di moralità durante il contagio è un aspetto comune ad altre descrizioni precedenti di pestilenze, che, direttamente o indirettamente (nota è l’erudizione di Boccaccio), hanno influenzato l’autore. In particolare il racconto dell’Introduzione è modellato sulla Historia Langobardorum di Paolo Diacono (720-779), autore del VIII secolo, e probabilmente ispirato da quella di Lucrezio (94-50 a.C.), che nel De rerum natura presenta l’epidemia di peste che colpì Atene nel 430 a.C., mutuata a sua volta da quella dello storico greco Tucidide (460ca. – 395c. a.C.) nella Guerra del Peloponneso.

Annunci

Il Monacello

Ecco il testo sul monacello, sintesi delle vostre ricerche.

Clicca qui sulla parola in rosso; MONACELLI

il-monachiccio-racconto

Il monacello, è creatura tanto viva nell’esperienza quotidiana dei contadini lucani che più volte compare anche nel «Cristo si è fermato a Eboli» di Carlo Levi. 

Carlo Levi, fu condannato al confino nell’isolatissima Basilicata, prima a Grassano e poi ad Aliano, perché era un antifascista. Qui in Lucania si imbatte presto, parlando con i contadini, nella figura dei munacidd e raccoglie questa tradizione in alcune pagine del suo libro. Qui ne riporto alcuni brani 

Munacidd o monachicchi tra mito e leggenda

« I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto alla donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso più grande di loro: e guai se lo perdono. Tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercarli di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lacrime, scongiurando di restituirglielo. Ora i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c’è sottoterra, sanno i luoghi nascosti dei tesori. Per riavere il suo cappuccio rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accontentato; finché il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà. Ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e salti di gioia, e non manterrà la sua promessa».

Il custode di grandi tesori

« Tante genti sono passate su queste terre, che qualcosa si trova davvero, e dappertutto, scavando con l’arato antichi vasi, statuette e monete escono al sole, sotto la vanga, da qualche antica tomba. Anche don Luigino ne possedeva, trovati in un suo campo, verso il Sauro: monete corrose, che non potei stabilire se fossero greche o romane, e alcuni vasetti neri, non figurati, di forme elegantissime.

Di tesori dei briganti, ne vidi uno io stesso, assai modesto. L’aveva trovato per caso il falegname Lasala che me lo mostrò. Aveva messo una sera un grosso ceppo nel focolare, e al chiarore delle fiamme s’era accorto di qualcosa che luccicava nel legno. Erano pochi scudi borbonici d’argento, nascosti in un buco di quel vecchio tronco.
Ma, per i contadini, queste non sono che briciole degli immensi tesori celati nelle viscere della terra. Per loro i fianchi dei monti, il fondo delle grotte, il fitto delle foreste sono pieni di oro lucente, che aspetta il fortunato scopritore. Soltanto, la ricerca dei tesori non va senza pericoli perché è opera diabolica, e si toccano delle potenze e spaventose. È inutile frugare a caso la terra: i tesori non compaiono che a colui che deve trovarli. E per sapere dove sono, non ci sono che le ispirazioni dei sogni, se non si ha avuto la fortuna di essere guidati da uno degli spiriti della terra che li custodiscono, da un monachicchio.

Il tesoro appare in sogno, al contadino addormentato in tutto il suo sfolgorio. Lo si vede, una catasta d’oro, e vede il luogo preciso, là nel bosco, vicino a quell’albero d’ilice con quel segno sul tronco, sotto quella gran pietra quadrata. Non c’è che andare e prenderlo. Ma bisogna andare di notte: di giorno il tesoro sfumerebbe. Bisogna andarci soli, e non confidarsi con anima viva: se sfugge una sola parola, il tesoro si perde. I pericoli sono spaventosi, nel bosco si aggirano gli spiriti dei morti: ben pochi animi sono così arditi da mettersi al cimento, e da portarlo, senza vacillare, a buon fine. Un contadino di Gagliano, che abitava non lontano da casa mia, aveva visto in sogno un tesoro. Era nella foresta di Accettura, poco sotto Stiglino. Si fece coraggio e partì nella notte: ma quando fu circondato dagli spiriti, nell’ombra nera, il cuore gli tremò nel petto. Vide fra gli alberi un lume lontano: era un carbonaio, un uomo senza paura, come tutti i carbonai, e calabrese: passava la notte nel bosco vicino alle sue fosse da carbone. La tentazione, per il povero contadino atterrito, fu troppo forte: egli non poté fare a meno di raccontare al carbonaio il suo sogno, e di pregarlo di assisterlo nella ricerca. Si misero dunque insieme a cercare la pietra vista in sogno, il contadino un po’ rinfrancato dalla compagnia, e il calabrese pieno di coraggio, e armato della sua roncola. Trovarono la pietra: tutto era esattamente come in sogno. Per fortuna erano in due: il masso era pesantissimo, e a fatica potevano smuoverlo. Quando furono riusciti ad alzarlo, apparve una grossa buca nella terra: il contadino si affacciò, e vide nel fondo luccicare l’oro, una straordinaria quantità di oro. Le pietruzze smosse del terreno battevano cadendo sulle monete, con un suono metallico che riempiva di delizia il suo cuore. Si trattava ora di calarsi nella fossa profonda e di prendere il tesoro, ma qui al contadino mancò di nuovo il coraggio, e disse al suo compagno di scendere e di porgergli il denaro, che lui, di sopra, avrebbe messo nel suo sacco: poi l’avrebbero spartito. Il carbonaio, che non temeva né diavoli né spiriti, scese nella fossa: ma ecco, tutto quel giallo lucente si era fatto nero ed opaco, tutto l’oro, d’un tratto, s’era mutato in carbone. »

Il diturbatore dei sonni

« In quei giorni, Carmelo lavorava, con una squadra di operai, a riattare la strada che porta ad Irsina, lungo il Bilioso, un torrentaccio malarico che corre fra le pietre per buttarsi più lontano dopo Grottole, nel Basento. I badilanti usavano, nelle ore del maggior caldo, quando era impossibile lavorare, ritirarsi a dormire in una grotta naturale, una delle molte che bucano, in quel vallone, tutto il terreno, e che erano state, un tempo, il rifugio preferito dei briganti. Ma nella grotta c’era un monachicchio: lo spiritello bizzarro cominciò a fare i suoi dispettucci a Carmelo e ai suoi compagni: appena si erano appisolati, mezzi morti di fatica e di caldo, li tirava per il naso, li solleticava con delle pagliuzze, buttava dei sassi, li spruzzava con dell’acqua fredda, nascondeva le loro giacche o le loro scarpe, non li lasciava dormire, fischiava, saltellava dappertutto: era un tormento. Gli operai lo vedevano comparire fulmineo qua e là per la grotta, col suo grande cappuccio rosso, e cercavano in tutti i modi di prenderlo: ma quello era più svelto di un gatto e più furbo di una volpe: si persuasero presto che rubargli il cappuccio era cosa impossibile. Decisero allora, per poter in qualche modo difendersi dai suoi giochi fastidiosi, e prendere un po’ di riposo, e lasciare a turno uno di loro di sentinella mentre gli altri dormivano, con l’incarico di tenere almeno lontano il monachicchio, se la fortuna non consentiva di afferrarlo. Tutto fu inutile: quell’inafferrabile folletto continuava i suoi dispetti come prima, ridendo allegramente della rabbia impotente degli operai. Disperati, essi ricorsero allora all’ingegnere che dirigeva i lavori: era un signore istruito, e forse sarebbe riuscito meglio di loro a domare il monachicchio scatenato. L’ingegnere venne, accompagnato dal suo assistente, un capomastro: tutti e due armati col fucile da caccia a due canne. Al loro arrivo il monachicchio si mise a fare sberleffi e risate, dal fondo della grotta, dove tutti lo vedevano benissimo, e saltava come un capretto. L’ingegnere imbracciò il fucile, che aveva caricato a palla, e lasciò partire un colpo. La palla colpì il monachicchio, e rimbalzò indietro verso quello che l’aveva tirata, e gli sfiorò il capo con un fischio pauroso, mentre lo spiritello saltava sempre più in alto, in preda a una folle gioia. L’ingegnere non tirò il secondo colpo: ma si lasciò cadere il fucile di mano: e lui, il capomastro, gli operai e Carmelo, senza aspettar altro, fuggirono terrorizzati. Da allora quei manovali si riposano all’aperto, sotto il sole, coprendosi il viso col cappello: anche tutte le altre grotte dei briganti, in quei dintorni di Irsina, erano piene di monachicchi, ed essi non osarono più metterci piede».

 

Materiale per la marcia della Cultura

Sei pronto per la Marcia per la Cultura che il 2 Aprile animerà il paese?

marcia

Clicca sulla seguente scritta Materiale per la marcia della Cultura e si aprirà un documento. Trova il tuo nome nel testo, sono le parti che ti sono state assegnante.

Allenati a leggere le parti in prosa che ti sono state assegnate.

Impara a memoria i versi delle poesie che ti sono state assegnate

Materiale per la marcia della cultura

Lunedì tutti dovranno avere la stampa della loro parte e conoscere a memoria quanto è stato loro assegnato perché è necessario provare visto che l’evento si terrà l’evento.

NB Lunedì proveremo solo nelle mie ore a partire dalla seconda ora (a prima ora per i ragazzi di seconda è confermata la verifica di Storia, Capp. 8-9-10). Buona domenica!

mani-colorate-e1492690256715

PS: ecco gli slogan che urleremo durante la marcia. Schiaritevi la voce e allenate le vostre ugole, dobbiamo svegliar le coscienze e fare un po’ di sano baccano.

Vivi una vita che vale

Ama e fa della tua vita un’opera d’arte

Un solo cielo un solo destino

Voglio un mondo all’altezza dei sogni che ho

Ama e fa ciò che vuoi

Vivi, Sorridi, Ama

La vita è bella

La bellezza salverà il mondo

 

 

La novella di Andreuccio da Perugia

 

HX915158-1000x750Ormai sai distinguere tra “boccaccio” e Boccaccio e che il secondo è quello che più interessa a noi (del primo, specie se vuoto non sapremmo che farcene…).

Boccaccio_by_Morghen

Boccaccio, con la maiuscola, è uno dei padri della lingua e della letteratura italiana, ed è colui che definì “Divina” la Commedia di Dante e la rese celebre.

Giovanni Boccaccio, come sai di certo, si impegnò molto soprattutto nella scrittura in prosa, riscoprendo il genere della novella, breve racconto di argomento vario, che valorizzò con il suo Decameron; una raccolta di cento novelle raccontate da dieci giovani, tre ragazze e sette ragazzi, nell’arco di dieci giornate, che danno il titolo all’opera. Le novelle sono inserite in una “cornice narrativa” che prende spunto dall’epidemia di peste scoppiata a Firenze nel 1348, per sfuggire alla quale i dieci giovani decidono di trascorrere due settimane nelle campagne fiorentine, dove trascorrono il tempo tra balli, canti e il racconto delle novelle. La novella che voglio proporti è quella di Andreuccio da Perugia, è una delle più note del Decameron ed è narrata nella seconda giornata. Leggila e svolgi gli esercizi.

Clicca qui: Andreuccio da Perugia

La giara; tra umorismo e follia

La giara è una allegra novella di ambiente siciliano e contadino. La giara fu scritta nel 1906 e fa parte della raccolta pirandelliana Novelle per un anno. Successivamente, nel 1916, l’autore ne produsse la sceneggiatura in dialetto siciliano, per un famoso atto unico. Venne rappresentata a Roma nel 1917, ricorrendo all’uso del dialetto agrigentino per i dialoghi tra i vari personaggi.

La novella, una delle più celebri e fortunate dell’autore de Il fu Mattia Pascal, sviluppa molti dei punti cardinali della poetica di Pirandello: l’attenzione per situazioni paradossali e al limite del grottesco ( deforme e innaturale, paradossale e inspiegabile, tale da suscitare reazioni contrastanti; dal riso all’indignazione), la focalizzazione su personaggi caratterizzati da una fissazione maniacale (qui don Lolò Zirafa, ma possiamo pensare anche a Vitangelo Moscarda di Uno, nessuno e centomila), il ricorso ad una soluzione “umoristica” per sciogliere le intricate vicende narrate, come si nota anche ne La patente. risalente al 1909.

Pirandello_Giara.pdf

L’Umorismo di Pirandello e l’apologo della vecchia signora

Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. “Avverto” che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un “avvertimento del contrario”. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s’inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico.

In un noto saggio  L’umorismo, pubblicato nel 1908, Pirandello tocca  un argomento fondamentale della riflessione filosofica di inizio Novecento (basti pensare al saggio di Henri Bergson, Il riso del 1900 e quello di Sigmund Freud su Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio del 1905). Il saggio ha notevoli punti di contatto con il pensiero  dello scrittore agrigentino e della sua produzione romanzesca, da Il fu Mattia Pascal fino a Uno, nessuno e centomila.

L’originale forma discorsiva del saggio mette a fuoco non solo la storia dell’umorismo, ma anche la sua natura profonda: la differenza tra “comico” ed “umorismo” è quella che – nel famoso esempio della “vecchia signora […] tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili” – corre tra l'”avvertimento” e il “sentimento del contrario”. Al centro di tutto, c’è la “riflessione” che permette di scorgere una verità diversa dietro alla facciata del mondo.

L’umorismo pirandelliano diventa allora una forma di percezione della realtà, oltre le nostre finzioni e addirittura al di là della nostra stessa identità, secondo uno “strappo” che scaturire da un momento qualunque, anche dal fischio di un treno (come dimostrato dall’omonima novella). Una lezione, quella umoristica, che Pirandello terrà ben presente quando, nel suo metateatro, porterà in scena le “maschere” della nostra coscienza.

Leggi e svolgi gli esercizi proposti dalla scheda

Il_treno_ha_fischiato

 

Il naso di Moscarda

– Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo
specchio.
– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso…

Ecco l’incipit di uno dei più noti romanzi di Pirandello “Uno, nessuno e centomila”, un invito a riflettere sul modo in cui vogliamo apparire e su come gli altri, chi ci è vicino, chi vive accanto a noi, chi ci circonda nella vita di tutti i giorni, ci percepisce. L’incipit di un cammino alla ricerca dell’identità tra lucidità e follia.

Clicca qui, sul titolo del brano e studia la scheda proposta _Mia moglie e il mio naso

La protesta di Greta e il Friday for future

Approfondisci qui

Il 20 agosto 2018 a Stoccolma l’allora quindicenne Greta Thunberg decise di non andare a scuola e di sedersi invece davanti alla sede del parlamento svedese con un cartello in mano per protestare contro l’inazione del governo di fronte al riscaldamento globale e al cambiamento climatico. Da quel giorno, per tutti i venerdì successivi Greta ha proseguito il suo personale “sciopero scolastico”, giunto ormai alla ventiseiesima settimana. Il suo gesto ha ispirato centinaia di migliaia di ragazzi che in tutte le città del mondo hanno organizzato scioperi e manifestazioni per chiedere interventi urgenti della politica sui temi ambientali. Nel frattempo, la popolarità della giovane attivista svedese è cresciuta (e con essa anche le critiche di chi la ritene troppo estremista o manovrata dall’esterno): Greta è stata invitata sui palchi delle Nazioni Unite e di Davos. Greta con la sua protesta è arrivata a Bruxelles per portare la sua causa nel cuore dell’Europa, parlando all’evento “rEUnaissance” in una delle sedi della Commissione Europea, davanti alla massima autorità della Ue, il presidente della Commissione Juncker.

Dopo essere stata iscritta dal Time nella classifica dei 25 teenager più influenti del mondo, l’inarrestabile Greta Thunberg è stata candidata al Premio Nobel per la Pace da tre parlamentari norvegesi come segno di stima per lo straordinario impegno profuso nel sostenere la causa ambientale.

Approfondisci cliccando qui sul testo

Lo sciopero del venerdì contro i cambiamenti climatici è arrivato anche in Italia. È l’effetto Greta Thunberg, la 16enne svedese che ogni venerdì salta scuola e sciopera davanti al Parlamento per sensibilizzare la classe politica. Sui social le foto e i video delle mobilitazioni di Roma, Milano, Genova, Torino, Pisa e non solo: il venerdì, ribattezzato #VerdeDì, è diventato il giorno dedicato alla lotta per salvare il pianeta, in attesa della manifestazione più grande prevista il 15 marzo in tutto il mondo.

 

Fascismo e totalitarismi verso la II Guerra mondiale

Questa mappa riassume la situazione italiana del dopoguerra; osservala e scrivi un testo che descriva la situazione che portò Mussolini al potere.

dopoguerra_fascismo.jpg

Ecco poi due video che presentano Mussolini e Matteotti, i protagonisti di questi primi anni del fascismo.

Questo è un video Zanichelli per studiare, ripetere, imparare a sintetizzare il capitolo di storia che stiamo affrontando.

Mettilo a confronto con gli altri totalitarismi:

e tieni conto del ruolo che la propaganda e la conquista del consenso dell’opinione pubblica ebbe per l’affermazione di questi regimi

1919, 1929, 1939. Verso una seconda guerra mondiale

CLICCA QUI Verso la II Guerra mondiale CLICCA QUI

Un quadro cronologico ragionato che aiuta a rintracciare le cause della Seconda guerra mondiale nelle conseguenze della prima, fissando date ed avvenimenti cruciali premessa di quel fatidico 1° settembre 1939.

“Chi ti ha fatto male?” “Nessuno, proprio Nessuno”

Ulisse e i suoi compagni, approdati nella terra dei Ciclopi, creature giganti con un solo occhio in mezzo alla fronte, restano prigionieri nella grotta di Polifemo, che ne divora alcuni.
Riusciranno a sfuggirgli grazie alla proverbiale astuzia dell’eroe omerico, che, dopo essersi presentato al ciclope con il nome di Nessuno, gli offrirà del vino per farlo dormire e lo accecherà con un palo arroventato.
I compagni di Ulisse usciranno dalla grotta, mescolati al gregge e, una volta al sicuro sulla nave, un moto d’orgoglio spingerà l’eroe a rivelare il suo vero nome e questo gli costerà la maledizione implacabile di Polifemo, che invocherà su di lui la vendetta del padre, Poseidone.

Ecco una versione cantata dell’episodio di Ulisse e Polifemo. Ascoltala.

avventure di ulisse

Clicca sul link a fianco alla locandina de “Le avventure di Ulisse” per vedere l’intero episodio del IX canto dell’Odissea nella riproposizione fedele fattane dal regista Franco Rosi nel 1964.

Clicca sul titolo sottostante e si aprirà il link che cerchi

Odissea-Polifemo-canto-IX

Oppure vedine questa versione ridotta

Guarda la versione animata dell’episodio di Ulisse e Polifemo dal minuto 11 al 24 e nota se ci sono analogie o differenze con la versione letta e parafrasata. Poi riportale in un breve testo.

Nedda

«Era una ragazza bruna, vestita miseramente, dall’attitudine timida e ruvida che danno la miseria e l’isolamento. Forse sarebbe stata bella, se gli stenti e le fatiche non avessero alterato profondamente non solo le sembianze gentili della donna, ma direi anche la forma umana. I suoi capelli erano neri, folti, arruffati, appena annodati con dello spago, aveva denti bianchi come avorio, e una certa grossolana avvenenza di lineamenti che rendeva attraente il suo sorriso.» (Giovanni Verga, Nedda)
La+svolta+Giovanni+Verga+Nedda+novità+pre-veristiche.jpg

Se il Verismo e Verga ti hanno incuriosito continua nella lettura di altre novelle, al link in basso troverai tutte le novelle di Giovanni Verga, tra cui La roba, che abbiamo già studiato e Nedda, che ti invito a leggere e riassumere

Clicca qui per aprire il pdf di Nedda.