La II Guerra mondiale: per ripassare un po’

Quattro brevi video per ripassare la Seconda Guerra Mondiale e la fine del fascismo

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Per i ragazzi di III ma non solo per loro

Il 25 Aprile e la Resistenza

Ecco alcune tracce per meglio conoscere la storia del nostro paese, una storia dalle pagine tragiche e dure, che ci raccontano una guerra civile che ci ha dato però la libertà e la democrazia di cui oggi godiamo, e mentre godiamo di un giorno di riposo dalle fatiche scolastiche ricordiamoci perché lo festeggiamo.

Hai guardato questo video? Tu ne sai di più? Se no, preoccupati e riprendi a studiare …

“Un paese senza memoria è un paese senza futuro” P. Pasolini

«Forse non farò cose importanti, ma la storia è fatta di piccoli gesti anonimi, forse domani morirò, magari prima di quel tedesco, ma tutte le cose che farò prima di morire e la mia morte stessa saranno pezzetti di storia, e tutti i pensieri che sto facendo adesso influiscono sulla mia storia di domani, sulla storia di domani del genere umano».

A pronunciare queste parole  è Pin, un ragazzino come voi , protagonista del libro di Italo Calvino  Il sentiero dei nidi di ragno. Pin è povero, e sta soffrendo durante la  Seconda guerra mondiale; ma non è povero di coraggio e di voglia di fare qualcosa, anche di piccolo, per il suo Paese e per porre fine alla guerra, al fascismo e al nazismo. Pin è un personaggio di fantasia, direte voi! In realtà,  nulla sarebbe stato possibile se, come lui, non fossero stati in tantissimi a credere di poter far qualcosa unendosi insieme in quella che è stata chiamata la lotta di Resistenza.

Tantissimi italiani (donne, uomini e bambini) dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 hanno deciso di lasciare le loro case o hanno disertato l’esercito per contrastare l’occupazione nazista dell’Italia e il Governo fascista. Per i successivi due anni, fino alla fine di aprile del 1945, hanno combattuto in ogni modo possibile l’occupazione dei tedeschi. Era gente comune, con poche armi, che già soffriva le penurie della guerra, eppure è riuscita a “resistere”. 
Il 25 aprile è per questo una data importantissima per il nostro paese. Un modo per ringraziare il sacrificio di tanti italiani.
I partigiani hanno spesso pagato la loro resistenza al regime fascista perdendo la vita. Erano un esercito improvvisato che doveva combattere contro uno perfettamente organizzato e potente come quello nazista.

liberamente tratto da: https://www.focusjunior.it/scuola/storia/25-aprile

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/25-aprile-liberazione-Sandro-Pertini-460c51e8-d6af-4e63-8d4f-da2e4a85093d.html

Processato nel 1947 per crimini di guerra (Fosse Ardeatine, Marzabotto e altre orrende stragi), il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante in capo delle forze armate di occupazione tedesche in Italia, fu condannato a morte. La pena fu commutata nel carcere a vita. Ma già nel 1952, in considerazione delle sue “gravissime” condizioni di salute, egli fu messo in libertà. Tornato in patria fu accolto come un eroe e un trionfatore dai circoli neonazisti bavaresi, di cui per altri 8 anni fu attivo sostenitore. Pochi giorni dopo il suo rientro a casa Kesserling ebbe l’impudenza di dichiarare pubblicamente che non aveva proprio nulla da rimproverarsi, ma che – anzi – gli italiani dovevano essergli grati per il suo comportamento durante i 18 mesi di occupazione, tanto che avrebbero fatto bene a erigergli… un monumento. A tale affermazione rispose Piero Calamandrei, con una famosa epigrafe (recante la data del 4.12.1952, ottavo anniversario del sacrificio di Duccio Galimberti), dettata per una lapide “ad ignominia”, collocata nell’atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di imperitura protesta per l’avvenuta scarcerazione del criminale nazista.

La peste del 1348 secondo Boccaccio

boccaccio-decameroneIl Decameron di Boccaccio (clicca sulle parole Decameron e Boccaccio; si apriranno delle buone mappe) si apre con una drammatica immagine di morte, che contrasta con il tono del resto dell’opera e con l’allusione alle “graziosissime donne” dedicatarie dell’opera. L’autore descrive infatti la peste che colpì Firenze (e l’Europa intera) nel 1348, concentrandosi sul degrado morale della società che l’epidemia ha portato con sé in città. Sette ragazze e tre giovani uomini decidono di allontanarsi dalla città, ormai allo stremo, e ritirarsi nella campagna fiorentina.

Nell’Introduzione alla prima giornata del Decameron, all’interno della cornice narrativa, Boccaccio, dopo un articolato appello alle sue lettrici, spiega che la “dolorosa ricordazione della pestifera mortalità trapassata” è la responsabile dell’“orrido cominciamento” della sua opera. In circa quaranta paragrafi (sui 96 che compongono l’Introduzione), l’autore delinea il cupo e tragico panorama della città di Firenze; dopo aver ipotizzato le cause dell’epidemia 1 Boccaccio inizia a descrivere in maniera analitica e dettagliata i primi segni della pestilenza:

[…] nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, […] le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide […] E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno.

Nessun medico appare in grado di curare la malattia, da una parte per la novità dei sintomi, e dall’altra – come osserva l’autore – per l’ignoranza di molti uomini che si spacciano per dottori e scienziati 2. Ma, più che il propagarsi del morbo, ciò che colpisce l’osservatore è la dissoluzione di ogni forma di società o di rapporto civile 3: c’è chi si ritira in una vita ascetica o chi invece si abbandona ai piaceri della carne e della gola, ma, con il diffondersi del contagio, vengono meno tutti i principi d’affetto o di sangue. Dice Boccaccio:

E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.

La compassione e la pietà verso gli appestati vengono ignorate e dimenticate: i malati sono abbandonati in casa dai loro stessi parenti; i poveri muoiono in strada senza aiuto alcuno; molti abitanti di Firenze fuggono nelle campagne per evitare il contagio; i servi si approfittano dei padroni ammalati per derubarli; e si assiste pure a funerali solitari e a sepolture in fosse comuni, segno estremo della perversione dei tempi 4.

Così, di fronte a questa “gran moltitudine dei corpi mostrata” e al dissesto del sistema socio-economico stravolto dalla peste, non resta che provare a ripristinare i valori dell’equilibrio e della razionalità, secondo una scelta ben riassunta dalle prime parole di Pampinea al resto della “brigata”:

“Donne mie care, voi potete, così come io, molte volte avere udito che a niuna persona fa ingiuria chi onestamente usa la sua ragione”.

Da questo momento, parte il Decameron vero e proprio, con il suo progetto di ricostruire una nuova società, esemplificata dalla serena convivenza dei dieci giovani nella corte di campagna.

peste nera

Clicca qui per il testo completo La peste e la cornice del Decameron

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da https://library.weschool.com/lezione/tematiche-decameron-la-peste-4541.html

1 “la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali”.

2 “[…] la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse”.

3 Il crollo della vita fiorentina è collegato anche al crollo dell’autorità delle leggi, per la morte degli uomini di governo: “E in tanta afflizione e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d’adoperare”.

4 “fosse grandissime nelle quali a centinaia si mettevano i sopravegnenti: e in quelle stivati, come si mettono le mercatantie nelle navi a suolo a suolo, con poca terra si ricoprieno infino a tanto che la fossa al sommo si pervenia”. La perdita di moralità durante il contagio è un aspetto comune ad altre descrizioni precedenti di pestilenze, che, direttamente o indirettamente (nota è l’erudizione di Boccaccio), hanno influenzato l’autore. In particolare il racconto dell’Introduzione è modellato sulla Historia Langobardorum di Paolo Diacono (720-779), autore del VIII secolo, e probabilmente ispirato da quella di Lucrezio (94-50 a.C.), che nel De rerum natura presenta l’epidemia di peste che colpì Atene nel 430 a.C., mutuata a sua volta da quella dello storico greco Tucidide (460ca. – 395c. a.C.) nella Guerra del Peloponneso.

Il Monacello

Ecco il testo sul monacello, sintesi delle vostre ricerche.

Clicca qui sulla parola in rosso; MONACELLI

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Il monacello, è creatura tanto viva nell’esperienza quotidiana dei contadini lucani che più volte compare anche nel «Cristo si è fermato a Eboli» di Carlo Levi. 

Carlo Levi, fu condannato al confino nell’isolatissima Basilicata, prima a Grassano e poi ad Aliano, perché era un antifascista. Qui in Lucania si imbatte presto, parlando con i contadini, nella figura dei munacidd e raccoglie questa tradizione in alcune pagine del suo libro. Qui ne riporto alcuni brani 

Munacidd o monachicchi tra mito e leggenda

« I monachicchi sono esseri piccolissimi, allegri, aerei, corrono veloci qua e là, e il loro maggior piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dei letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d’aria e fanno volare le carte e cadere i panni stesi in modo che si insudicino, tolgono la sedia di sotto alla donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi più impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti: i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l’aspetto di un gioco, e, per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave. Il loro carattere è una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferrabili. Portano in capo un cappuccio rosso più grande di loro: e guai se lo perdono. Tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finché non l’abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi è appunto di cercarli di afferrarli per il cappuccio: se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lacrime, scongiurando di restituirglielo. Ora i monachicchi, sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza: essi conoscono tutto quello che c’è sottoterra, sanno i luoghi nascosti dei tesori. Per riavere il suo cappuccio rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accontentato; finché il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà. Ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e salti di gioia, e non manterrà la sua promessa».

Il custode di grandi tesori

« Tante genti sono passate su queste terre, che qualcosa si trova davvero, e dappertutto, scavando con l’arato antichi vasi, statuette e monete escono al sole, sotto la vanga, da qualche antica tomba. Anche don Luigino ne possedeva, trovati in un suo campo, verso il Sauro: monete corrose, che non potei stabilire se fossero greche o romane, e alcuni vasetti neri, non figurati, di forme elegantissime.

Di tesori dei briganti, ne vidi uno io stesso, assai modesto. L’aveva trovato per caso il falegname Lasala che me lo mostrò. Aveva messo una sera un grosso ceppo nel focolare, e al chiarore delle fiamme s’era accorto di qualcosa che luccicava nel legno. Erano pochi scudi borbonici d’argento, nascosti in un buco di quel vecchio tronco.
Ma, per i contadini, queste non sono che briciole degli immensi tesori celati nelle viscere della terra. Per loro i fianchi dei monti, il fondo delle grotte, il fitto delle foreste sono pieni di oro lucente, che aspetta il fortunato scopritore. Soltanto, la ricerca dei tesori non va senza pericoli perché è opera diabolica, e si toccano delle potenze e spaventose. È inutile frugare a caso la terra: i tesori non compaiono che a colui che deve trovarli. E per sapere dove sono, non ci sono che le ispirazioni dei sogni, se non si ha avuto la fortuna di essere guidati da uno degli spiriti della terra che li custodiscono, da un monachicchio.

Il tesoro appare in sogno, al contadino addormentato in tutto il suo sfolgorio. Lo si vede, una catasta d’oro, e vede il luogo preciso, là nel bosco, vicino a quell’albero d’ilice con quel segno sul tronco, sotto quella gran pietra quadrata. Non c’è che andare e prenderlo. Ma bisogna andare di notte: di giorno il tesoro sfumerebbe. Bisogna andarci soli, e non confidarsi con anima viva: se sfugge una sola parola, il tesoro si perde. I pericoli sono spaventosi, nel bosco si aggirano gli spiriti dei morti: ben pochi animi sono così arditi da mettersi al cimento, e da portarlo, senza vacillare, a buon fine. Un contadino di Gagliano, che abitava non lontano da casa mia, aveva visto in sogno un tesoro. Era nella foresta di Accettura, poco sotto Stiglino. Si fece coraggio e partì nella notte: ma quando fu circondato dagli spiriti, nell’ombra nera, il cuore gli tremò nel petto. Vide fra gli alberi un lume lontano: era un carbonaio, un uomo senza paura, come tutti i carbonai, e calabrese: passava la notte nel bosco vicino alle sue fosse da carbone. La tentazione, per il povero contadino atterrito, fu troppo forte: egli non poté fare a meno di raccontare al carbonaio il suo sogno, e di pregarlo di assisterlo nella ricerca. Si misero dunque insieme a cercare la pietra vista in sogno, il contadino un po’ rinfrancato dalla compagnia, e il calabrese pieno di coraggio, e armato della sua roncola. Trovarono la pietra: tutto era esattamente come in sogno. Per fortuna erano in due: il masso era pesantissimo, e a fatica potevano smuoverlo. Quando furono riusciti ad alzarlo, apparve una grossa buca nella terra: il contadino si affacciò, e vide nel fondo luccicare l’oro, una straordinaria quantità di oro. Le pietruzze smosse del terreno battevano cadendo sulle monete, con un suono metallico che riempiva di delizia il suo cuore. Si trattava ora di calarsi nella fossa profonda e di prendere il tesoro, ma qui al contadino mancò di nuovo il coraggio, e disse al suo compagno di scendere e di porgergli il denaro, che lui, di sopra, avrebbe messo nel suo sacco: poi l’avrebbero spartito. Il carbonaio, che non temeva né diavoli né spiriti, scese nella fossa: ma ecco, tutto quel giallo lucente si era fatto nero ed opaco, tutto l’oro, d’un tratto, s’era mutato in carbone. »

Il diturbatore dei sonni

« In quei giorni, Carmelo lavorava, con una squadra di operai, a riattare la strada che porta ad Irsina, lungo il Bilioso, un torrentaccio malarico che corre fra le pietre per buttarsi più lontano dopo Grottole, nel Basento. I badilanti usavano, nelle ore del maggior caldo, quando era impossibile lavorare, ritirarsi a dormire in una grotta naturale, una delle molte che bucano, in quel vallone, tutto il terreno, e che erano state, un tempo, il rifugio preferito dei briganti. Ma nella grotta c’era un monachicchio: lo spiritello bizzarro cominciò a fare i suoi dispettucci a Carmelo e ai suoi compagni: appena si erano appisolati, mezzi morti di fatica e di caldo, li tirava per il naso, li solleticava con delle pagliuzze, buttava dei sassi, li spruzzava con dell’acqua fredda, nascondeva le loro giacche o le loro scarpe, non li lasciava dormire, fischiava, saltellava dappertutto: era un tormento. Gli operai lo vedevano comparire fulmineo qua e là per la grotta, col suo grande cappuccio rosso, e cercavano in tutti i modi di prenderlo: ma quello era più svelto di un gatto e più furbo di una volpe: si persuasero presto che rubargli il cappuccio era cosa impossibile. Decisero allora, per poter in qualche modo difendersi dai suoi giochi fastidiosi, e prendere un po’ di riposo, e lasciare a turno uno di loro di sentinella mentre gli altri dormivano, con l’incarico di tenere almeno lontano il monachicchio, se la fortuna non consentiva di afferrarlo. Tutto fu inutile: quell’inafferrabile folletto continuava i suoi dispetti come prima, ridendo allegramente della rabbia impotente degli operai. Disperati, essi ricorsero allora all’ingegnere che dirigeva i lavori: era un signore istruito, e forse sarebbe riuscito meglio di loro a domare il monachicchio scatenato. L’ingegnere venne, accompagnato dal suo assistente, un capomastro: tutti e due armati col fucile da caccia a due canne. Al loro arrivo il monachicchio si mise a fare sberleffi e risate, dal fondo della grotta, dove tutti lo vedevano benissimo, e saltava come un capretto. L’ingegnere imbracciò il fucile, che aveva caricato a palla, e lasciò partire un colpo. La palla colpì il monachicchio, e rimbalzò indietro verso quello che l’aveva tirata, e gli sfiorò il capo con un fischio pauroso, mentre lo spiritello saltava sempre più in alto, in preda a una folle gioia. L’ingegnere non tirò il secondo colpo: ma si lasciò cadere il fucile di mano: e lui, il capomastro, gli operai e Carmelo, senza aspettar altro, fuggirono terrorizzati. Da allora quei manovali si riposano all’aperto, sotto il sole, coprendosi il viso col cappello: anche tutte le altre grotte dei briganti, in quei dintorni di Irsina, erano piene di monachicchi, ed essi non osarono più metterci piede».