AVVISO PER TUTTI

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AVVISO PER I RAGAZZI DI I, II E III
Ragazzi a causa della chiusura della scuola il compito in classe previsto per mercoledì 28 è rinviato a venerdì 2 marzo. Passate parola nei vostri gruppi e avvisate anche i ragazzi delle altre classi.
Fatemi sapere se avete letto.

Godetevi ancora un po’ la neve e buon lavoro!!!

 

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Violenza, leggi razziali e purghe; i “meriti” di un regime

Sergio Mattarella: “Il fascismo non ha avuto meriti”. Per il capo dello Stato razzismo e guerra non furono solo degli “episodi”

Il presidente della Repubblica celebra il Giorno della memoria e ricorda le leggi razziali del 1938: “Una macchia indelebile”

“Sorprende sentir dire, ancora oggi, da qualche parte, che il fascismo ebbe alcuni meriti ma fece due gravi errori: le leggi razziali e l’entrata in guerra. Si tratta di un’affermazione gravemente sbagliata e inaccettabile, da respingere con fermezza”. Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, celebrando il Giorno della memoria.

Per il capo dello Stato “razzismo e guerra non furono deviazioni o episodi rispetto al suo modo di pensare, ma diretta e inevitabile conseguenza. Volontà di dominio e di conquista, esaltazione della violenza retorica bellicistica, sopraffazione e autoritarismo, supremazia razziale, intervento in guerra contro uno schieramento che sembrava prossimo alla sconfitta, furono diverse facce dello stesso prisma”.

Nel suo intervento, Mattarella ha ricordato anche le leggi razziali del 1938: “Le leggi razziali rappresentano un capitolo buio, una macchia indelebile, una pagine infamante della nostra storia”. “Con quelle leggi, si rivela al massimo grado il carattere disumano e il distacco definitivo della monarchia dai valori del Risorgimento e dello Statuto liberale”, ha sottolineato.

L’attualità dell’articolo 3 della Costituzione

Forte richiamo del capo dello Stato alla Costituzione, definita un “baluardo”. Mattarella ha fatto anche un forte richiamo all’articolo 3 della Carta: “L’indicazione delle discriminazioni da rifiutare e respingere, al suo articolo 3, rappresenta un monito. Il presente ci indica che di questo monito vi è tuttora bisogno”.

Fonte

http://www.huffingtonpost.it/2018/01/25/sergio-mattarella-il-fascismo-non-ha-avuto-meriti-per-il-capo-dello-stato-razzismo-e-guerra-non-furono-solo-degli-episodi_a_23343207/

In proposito Primo Levi, scienziato e scrittore deportato perché ebreo, dirà : Le leggi razziali furono provvidenziali per me, ma anche per gli altri: costituirono la dimostrazione per assurdo della stupidità del fascismo. Si era ormai dimenticato il volto criminale del fascismo (quello del delitto Matteotti per intenderci); rimaneva da vederne quello sciocco.

Ed ancor prima delle leggi razziali ecco cosa succede a chi non è d’accordo con il regime, come ogni dittatura il dissenso non è ammissibile ed ogni mezzo viene ritenuto lecito per convincere a cambiar idea.

dal capolavoro di Federico Fellini Amarcord, un film autobiografico che racconta la fanciullezza del regista, la scena racconta la purga subita dal padre, oppositore del regime fascista. In proposito SAndro Pertini, partigiano e presidente della repubblica dirà: “Il fascismo è l’antitesi della fede politica, perché opprime tutti coloro la pensano diversamente.”

Io non sparo…

Per avere un’idea più chiara di ciò che vissero Ungaretti e tutti i Fratelli soldati che parteciparono alla I Guerra Mondiale vi propongo questo brano tratto dal romanzo di Emilio Lussu Un anno sull’Altipiano. Al termine del brano una scena tratta dal film La grande guerra di Mario Monicelli ispirata dalla lettura del brano proposto.

Non si parlava più di nuovi assalti. La calma sembrava ridiscesa per lungo tempo sulla vallata. Dall’una parte e dall’altra, si rafforzavano le posizioni. I zappatori lavoravano tutta la notte. Il cannoncino da 37 continuava a darci fastidi, sempre invisibile. Rimaneva dei giorni interi senza sparare un colpo, poi, improvvisamente, apriva il fuoco contro una feritoia e ci feriva una vedetta.

Il mio battaglione era sempre in linea e attendevamo che il battaglione di rincalzo ci desse il cambio. Io volevo poter dare indicazioni precise al comandante del reparto che mi avrebbe sostituito. Giorno e notte, avevo un servizio speciale di osservazione, nella speranza che il bagliore dello sparo o il movimento dei serventi tradisse la postazione del pezzo.

La notte precedente a quella del cambio, poiché il servizio di vigilanza non ci aveva dato alcun risultato, accompagnato da un caporale, io stesso m’ero voluto mettere in osservazione. Il caporale era uscito molte volte di pattuglia, ed era pratico del luogo. La luna rischiarava il bosco e, all’apparire di qualche raro razzo, la luce improvvisa dava un’apparenza di movimento alla foresta. Era difficile capire se si trattasse sempre d’una illusione. Potevano anche essere uomini che si spostassero, non alberi che, per la velocità del passaggio della luce dei razzi attraverso i rami, sembrassero muoversi. Noi due eravamo usciti all’estrema sinistra della compagnia, nel punto in cui le nostre trincee erano più vicine alle trincee nemiche. Camminando carponi, eravamo arrivati dietro un cespuglio, una decina di metri oltre la nostra linea, una trentina dall’austriaca. Un leggero avvallamento separava le nostre trincee dal cespuglio, e questo coronava un rialzo di terreno dominante la trincea antistante.

Eravamo là immobili, indecisi se avanzare ancora oppure fermarci, quando ci parve di notare un movimento nelle trincee nemiche, alla nostra sinistra. In quel tratto di trincea, non v’erano alberi: non era quindi possibile si trattasse di una illusione ottica. Comunque, noi constatavamo di essere in un punto da cui si poteva spiare la trincea nemica, d’infilata. Un simile posto non l’avevamo ancora scoperto, in nessun altro punto. Decisi perciò di rimanere là tutta la notte, per essere in grado di osservare l’animarsi della trincea nemica, ai primi chiarori dell’alba. Che il cannoncino sparasse o tacesse, mi era ormai indifferente. L’essenziale era mantenere quell’insperato posto di osservazione.

Il cespuglio e il rialzo ci mascheravano e ci proteggevano così bene che decisi di ricollegarli alla nostra linea e di farne un posto clandestino d’osservazione permanente. Rimandai indietro il caporale e feci venire un graduato dei zappatori al quale detti le indicazioni necessarie al lavoro. In poche ore, tra il cespuglio e la nostra trincea, fu scavato un camminamento di comunicazione. Il rumore del lavoro fu coperto dal rumore dei tiri lungo la nostra linea. Il camminamento non era alto, ma consentiva il passaggio al coperto, anche di giorno, ad un uomo che avesse camminato strisciando. La terra scavata fu ritirata indietro nella trincea, e dello scavo non rimasero tracce appariscenti. Piccoli rami freschi e cespugli completarono il mascheramento.

Addossati al cespuglio, il caporale ed io rimanemmo in agguato tutta la notte, senza riuscire a distinguere segni di vita nella trincea nemica. Ma l’alba ci compensò dell’attesa. Prima, fu un muoversi confuso di qualche ombra nei camminamenti, indi, in trincea, apparvero dei soldati con delle marmitte. Era certo la corvée del caffè. I soldati passavano, per uno o per due, senza curvarsi, sicuri com’erano di non esser visti, ché le trincee e i traversoni laterali li proteggevano dall’osservazione e dai tiri d’infilata della nostra linea, Mai avevo visto uno spettacolo eguale. Ora erano là, gli austriaci: vicini, quasi a contatto, tranquilli, come i passanti su un marciapiede di città. Ne provai una sensazione strana. Stringevo forte il braccio del caporale che avevo alla mia destra, per comunicargli, senza voler parlare, la mia meraviglia. Anch’egli era attento e sorpreso, e io ne sentivo il tremito che gli dava il respiro lungamente trattenuto. Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!… Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni. Strana cosa. Un’idea simile non mi era mai venuta alla mente. Ora prendevano il caffè. Curioso! E perché non avrebbero dovuto prendere il caffè? Perché mai mi appariva straordinario che prendessero il caffè? E, verso le 10 o le 11, avrebbero anche consumato il rancio, esattamente come noi. Forse che il nemico può vivere senza bere e senza mangiare? Certamente no. E allora, quale la ragione del mio stupore?

Ci erano tanto vicini e noi li potevamo contare, uno per uno. Nella trincea, fra due traversoni, v’era un piccolo spazio tondo, dove qualcuno, di tanto in tanto, si fermava. Si capiva che parlavano, ma la voce non arrivava fino a noi. Quello spazio doveva trovarsi di fronte a un ricovero piú grande degli altri, perché v’era attorno maggior movimento. Il movimento cessò all’arrivo d’un ufficiale. Dal modo con cui era vestito, si capiva ch’era un ufficiale. Aveva scarpe e gambali di cuoio giallo e l’uniforme appariva nuovissima. Probabilmente, era un ufficiale arrivato in quei giorni, forse uscito appena da una scuola militare. Era giovanissimo e il biondo dei capelli lo faceva apparire ancora piú giovane. Sembrava non dovesse avere neppure diciott’anni. Al suo arrivo, i soldati si scartarono e, nello spazio tondo, non rimase che lui. La distribuzione del caffè doveva incominciare in quel momento. Io non vedevo che l’ufficiale.

Io facevo la guerra fin dall’inizio. Far la guerra, per anni, significa acquistare abitudini e mentalità di guerra. Questa caccia grossa fra uomini non era molto dissimile dall’altra caccia grossa. Io non vedevo un uomo. Vedevo solamente il nemico. Dopo tante attese, tante pattuglie, tanto sonno perduto, egli passava al varco. La caccia era ben riuscita. Macchinalmente, senza un pensiero, senza una volontà precisa, ma così, solo per istinto, afferrai il fucile del caporale. Egli me lo abbandonò ed io me ne impadronii. Se fossimo stati per terra, come altre notti, stesi dietro il cespuglio, è probabile che avrei tirato immediatamente, senza perdere un secondo di tempo. Ma ero in ginocchio, nel fosso scavato, ed il cespuglio mi stava di fronte come una difesa di tiro a segno. Ero come in un poligono e mi potevo prendere tutte le comodità per puntare. Poggiai bene i gomiti a terra, e cominciai a puntare.

L’ufficiale austriaco accese una sigaretta. Ora egli fumava. Quella sigaretta creò un rapporto improvviso fra lui e me. Appena ne vidi il fumo, anch’io sentii il bisogno di fumare. Questo mio desiderio mi fece pensare che anch’io avevo delle sigarette. Fu un attimo. Il mio atto del puntare, ch’era automatico, divenne ragionato. Dovetti pensare che puntavo, e che puntavo contro qualcuno. L’indice che toccava il grilletto allentò la pressione. Pensavo. Ero obbligato a pensare.

Certo, facevo coscientemente la guerra e la giustificavo moralmente e politicamente. La mia coscienza di uomo e di cittadino non erano in conflitto con i miei doveri militari. La guerra era, per me, una dura necessità, terribile certo, ma alla quale ubbidivo, come ad una delle tante necessità, ingrate ma inevitabili, della vita. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati. La facevo dunque, moralmente, due volte. Avevo già preso parte a tanti combattimenti. Che io tirassi contro un ufficiale nemico era quindi un fatto logico. Anzi, esigevo che i miei soldati fossero attenti nel loro servizio di vedetta e tirassero bene, se il nemico si scopriva. Perché non avrei, ora, tirato io su quell’ufficiale? Avevo il dovere di tirare. Sentivo che ne avevo il dovere. Se non avessi sentito che quello era un dovere, sarebbe stato mostruoso che io continuassi a fare la guerra e a farla fare agli altri. No, non v’era dubbio, io avevo il dovere di tirare.

E intanto, non tiravo. Il mio pensiero si sviluppava con calma. Non ero affatto nervoso. La sera precedente, prima di uscire dalla trincea, avevo dormito quattro o cinque ore: mi sentivo benissimo: dietro il cespuglio, nel fosso, non ero minacciato da pericolo alcuno. Non avrei potuto essere piú calmo, in una camera di casa mia, nella mia città.

Forse, era quella calma completa che allontanava il mio spirito dalla guerra. Avevo di fronte un ufficiale, giovane, inconscio del pericolo che gli sovrastava. Non lo potevo sbagliare. Avrei potuto sparare mille colpi a quella distanza, senza sbagliarne uno. Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo!

Un uomo!

Una trincea sopra una cresta

Ne distinguevo gli occhi e i tratti del viso. La luce dell’alba si faceva più chiara ed il sole si annunziava dietro la cima dei monti. Tirare cosi, a pochi passi, su un uomo… come su un cinghiale!

Cominciai a pensare che, forse, non avrei tirato. Pensavo. Condurre all’assalto cento uomini, o mille, contro cento altri o altri mille è una cosa. Prendere un uomo, staccarlo dal resto degli uomini e poi dire: “Ecco, sta’ fermo, io ti sparo, io t’uccido ” è un’altra. È assolutamente un’altra cosa. Fare la guerra è una cosa, uccidere un uomo è un’altra cosa. Uccidere un uomo, così, è assassinare un uomo.

Non so fino a che punto il mio pensiero procedesse logico. Certo è che avevo abbassato il fucile e non sparavo. In me s’erano formate due coscienze, due individualità, una ostile all’altra. Dicevo a me stesso: “Eh! non sarai tu che ucciderai un uomo, così! “

Io stesso che ho vissuto quegli istanti, non sarei ora in grado di rifare l’esame di quel processo psicologico. V’è un salto che io, oggi, non vedo piú chiaramente. E mi chiedo ancora come, arrivato a quella conclusione, io pensassi di far eseguire da un altro quello che io stesso non mi sentivo la coscienza di compiere. Avevo il fucile poggiato, per terra, infilato nel cespuglio. Il caporale si stringeva al mio fianco. Gli porsi il calcio del fucile e gli dissi, a fior di labbra:

– Sai… così… un uomo solo… io non sparo. Tu, vuoi? Il caporale prese il calcio del fucile e mi rispose:

– Neppure io.

Rientrammo, carponi, in trincea. Il caffè era già distribuito e lo prendemmo anche noi.

La sera, dopo l’imbrunire, il battaglione di rincalzo ci dette il cambio.

(Brano tratto dal romanzo Un anno sull’Altipiano. Einaudi editori, Torino, 1945.)

Emilio Lussu (Armungia, Cagliari 1890 – Roma 1975) combatté durante la Grande Guerra come ufficiale di fanteria della Brigata Sassari. Fondatore del Partito Sardo d’Azione (1919). Fu deputato nel 1921 e 1924 e partecipò alla secessione aventiniana. Antifascista, nel 1929 fuggì da Lipari con Carlo Rosselli e Fausto Nitti, coi quali a Parigi fondò il movimento “Giustizia e Libertà”. Fu tra i dirigenti della Resistenza e, nel dopoguerra, senatore nelle prime tre legislature.

Fonte documento: http://www.sagarana.net/rivista/numero29/narrativa4.html(Rivista Letteraria Sagarana)

L’avvento del fascismo

Questa mappa riassume la situazione italiana del dopoguerra; osservala e scrivi un testo che descriva la situazione che portò Mussolini al potere.

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Ecco poi due video che presentano Mussolini e Matteotti, i protagonisti di questi primi anni del fascismo.

Una donna di potere nel Medioevo

matildePoche donne hanno avuto nella storia del mondo un ruolo tanto significativo quanto quello di Matide di Canossa. Per circa quarant’anni governò un territorio esteso su buona parte dell’Italia settentrionale e centrale, un cuscinetto strategico destinato a separare le rumorose contese tra Impero e Papato. A difesa dell’integrità dei suoi possedimenti, Matilde stese una fitta rete di castelli e fortificazioni per il controllo di strade, valichi, fiumi. Non meno importante fu il solido intreccio di fedeltà con i vassalli distribuiti sulle sue terre, con forze spesso tra loro in contrasto come le città, le comunità rurali, le abbazie. Matilde, che la memoria secolare ci ha rimandato come donna colta e dotata di rare competenze, fu protagonista di un quarantennio di regno illuminato, autorevole, straordinario per realizzazioni e riforme politiche. E il segno della sua presenza è ancora vivo nella storia d’Europa.

Per saperne di più clicca sul link qui sotto

http://online.scuola.zanichelli.it/capirelastoria-files/volume1/approfondimenti/Zanichelli_Vicari1_Unita5_Matilde.pdf

A proposito di scritture autobiografiche

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Con alcuni di voi stiamo studiando la scrittura dei diari, con altri abbiamo letto tante lettere e memorie dal fronte proveniente da questo splendido archivio delle Storie degli italiani, così voglio offrirvi qualche spunto per saperne di più dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Sono passati più di trent’anni da quando un giornalista, scrittore, “curioso” intellettuale, viaggiatore, conoscitore di diversi paesi e di popolazioni come Saverio Tutino propose agli amministratori di un paesino della Valtiberina, in provincia di Arezzo, di creare un luogo che conservasse le memorie scritte della “gente comune”. Tutte le memorie, colte e semicolte, prodotte da donne e uomini di diverse appartenenze culturali e politiche: nobiluomini o contadini, operai e industriali, partigiani e repubblicani di Salò, emigranti e viaggiatori, precari e cervelli in fuga…

Da questa originale e fantasiosa sollecitazione nasce l’Archivio Diaristico Nazionale a Pieve Santo Stefano. A partire, quindi, dal 1984, Saverio Tutino, coadiuvato da una robusta e motivata équipe, inizia a raccogliere diari, memorie, epistolari della “gente comune”, di coloro che abitualmente hanno una “vita normale” o comunemente considerata tale. Non solo le autobiografie dei personaggi politici sono degne di interesse – è la premessa da cui parte Tutino – tante donne e uomini possono raccontare la loro vita, che è unica e irripetibile, altrettanto ricca, pertanto capace di destare attenzione. Tra gli obiettivi iniziali di Tutino c’è quello di non disperdere un patrimonio documentario unico, di costruire un patrimonio collettivo di memorie. In fondo come canta un caro amico dell’Archivio: “La Storia siamo noi…” e questi diari stanno a testimoniarcelo.

Oggi l’Archivio rappresenta una delle iniziative più interessanti a livello nazionale e costituisce un modello anche per altri centri europei. Il fondo comprende circa 7.000 storie tra diari, memorie, autobiografie, epistolari, che abbracciano un ampio arco cronologico: dai manoscritti dell’800 ai più recenti scambi epistolari via e-mail. Nel 2003 il Ministero dei Beni Culturali ha pubblicato l’Inventario, consultabile ora – aggiornato – sul sito.

http://www.archiviodiari.org/

 

La penisola scandinava e le sue meraviglie

scandinaviaI geyser Un geyser è il risultato dell’esplosione di una sacca di acqua riscaldata dall’energia geotermica: quando una sacca d’acqua rimane intrappolata nelle fenditure del terreno l’acqua in superficie si raffredda, mentre quella sottostante viene progressivamente riscaldata fino a trasformarsi in vapore, e quando la pressione raggiunge un punto critico “esplode” proiettando in alto l’acqua soprastante.

Nella valle di Haukadalur nell’Islanda sud occidentale sono presenti molti geyser, il più famoso è quello di Geysir, che essendo il più antico geyser storicamente conosciuto ha dato il nome a tutti i fenomeni di questa categoria: Geysir deriva dal verbo islandese gjósa che significa “eruttare”, “emettere a fiotti”. A Geysir in particolare sono due i geyser più conosciuti e visitati: l’originale Geysir e il più piccolo Strokkur. Un tempo Geysir eruttava getti d’acqua alti fino a 80 metri, ma poi i turisti nel tempo hanno ostruito la cavità gettandovi dentro pietre e sassi nell’intento geniale di svegliarlo e farlo eruttare in loro presenza. Strokkur invece erutta regolarmente ogni 4-8 minuti getti d’acqua alti fino a 30 metri.

Ed ecco il suono dei geyser riprodotto nell’esultanza dei tifosi islandesi:

Le aurore boreali Pochi altri eventi del cielo possono incantare gli spettatori come l’aurora boreale o australe, chiamate anche aurore polari. L’aurora boreale prende il nome dalla dea romana dell’alba, Aurora, e dal vento del nord, Borea. Si forma a grandi altezze atmosferiche(circa 80-200 chilometri), dove gli atomi e le molecole caricate elettricamente vengono spinti contro il campo magnetico terrestre a grande velocità dalle radiazioni solari più intense, e rilasciano energia creando magiche e flessuose evoluzioni di luce nel cielo.

Possiamo dire che la Norvegia del Nord è sicuramente tra i luoghi migliori per vedere questo fenomeno. Il periodo ideale per vedere l’aurora boreale è tra la fine di settembre e la fine di marzo, dalle sei di pomeriggio all’una di notte.

Il Sole di mezzanotte La terra ruota a un asse inclinato rispetto al sole, e durante i mesi estivi il Polo Nord si trova ad angolo verso la nostra stella. Ecco perché, per diverse settimane, il sole non tramonta mai al di sopra del Circolo Polare Artico.

Questo fenomeno è noto anche come giorno interminabile. Così come il tramonto e l’alba si uniscono in un lungo abbraccio, i colori del sole di mezzanotte fondono cielo e terra in una luce gialla rossastra.  Più si viaggia verso nord, più a lungo si può ammirare il sole di mezzanotte. Durante i mesi estivi questa esperienza dure per 24 ore di fila al di sopra del Circolo Artico, regalando più tempo per godersi la vista e fare nuove scoperte.  In attesa di partire goditi un assaggio dei fantastici panorami norvegesi illuminati dal sole di mezzanotte.

https://www.visitnorway.it/cosa-fare/attrazioni-naturali/sole-di-mezzanotte/

I fiordi  Si tratta di profonde insenature ramificate lungo la costa. Ci sono più di mille fiordi in Norvegia, ma i più belli, come il Nærøyfjord, il Sognefjord, il Lysefjord e il Geirangerfjord, si trovano sulla costa occidentale. I fiordi sono simili a laghi azzurri, ma dalle acque salate. I loro bracci infatti si originano dal mare che si insinua nell’entroterra, circondati da maestose scogliere su entrambi i lati. Dalle pareti quasi verticali intorno ad essi, scendono possenti cascate generate dallo scioglimento dagli alti ghiacciai. L’UNESCO ha incluso i fiordi della Norvegia, rappresentati da Geirangerfjord e Nærøyfjord, nella sua prestigiosa Lista del Patrimonio Mondiale. Grazie alla calda Corrente del Golfo e all’effetto Coriolis, i fiordi norvegesi godono di un clima mite e sono virtualmente privi di ghiaccio. Foche, focene e diverse specie di pesci nuotano nelle acque dei fiordi, mentre aquile e altri uccelli volano nei cieli sopra di essi.

Godeteveli attraverso questa bella ricerca effettuata da una vostra coetanea.

Il ponte di Oresunt Una straordinaria opera di architettura e ingegneria. Per saperne di più: http://www.vanillamagazine.it/il-ponte-di-oresund-si-tuffa-in-mare-e-collega-la-svezia-alla-danimarca/ 

Chi l’ha detto che Babbo Natale non esiste? Visita Rovaniemi

 

La novella di Andreuccio

HX915158-1000x750Ormai sai distinguere tra  “boccaccio” e Boccaccio e che il secondo è quello che più interessa a noi (del primo, specie se vuoto non sapremmo che farcene…).

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Boccaccio, con la maiuscola, è uno dei padri della lingua e della letteratura italiana, ed è colui che definì “Divina” la Commedia di Dante e la rese celebre.

Giovanni Boccaccio, come sai di certo, si impegnò molto soprattutto nella scrittura in prosa, riscoprendo il genere della novella, breve racconto di argomento vario,  che valorizzò con il suo Decameron; una raccolta di cento novelle raccontate da dieci giovani, tre ragazze e sette ragazzi, nell’arco di dieci giornate, che danno il titolo all’opera. Le novelle sono inserite in una “cornice narrativa” che prende spunto dall’epidemia di peste scoppiata a Firenze nel 1348, per sfuggire alla quale i dieci giovani decidono di trascorrere due settimane nelle campagne fiorentine, dove trascorrono il tempo tra balli, canti e il racconto delle novelle. La novella che voglio proporti è quella di Andreuccio da Perugia, è una delle più note del Decameron ed è narrata nella seconda giornata. Leggila e svolgi gli esercizi.

Clicca qui: Andreuccio da Perugia

Rosso Malpelo e non solo

Rosso_Malpelo_Cover_WebLa novella Rosso Malpelo di Giovanni Verga è stata pubblicata per la prima volta nel 1878 e in seguito inserita in una raccolta di novelle dal titolo “Vita dei campi”. Rosso Malpelo è il soprannome dato ad un adolescente per via del colore dei suoi capelli. Da l’impressione di essere cattivo e ribelle nei confronti di tutti, ma al contrario è lui ad essere maltrattato Verga descrive, tramite Malpelo, lo sfruttamento delle classi disagiate in Sicilia alla fine del XIX secolo. “Morte” e il paragone tra “uomo e oggetto” sono i temi ricorrenti nella storia.  Al link seguente troverai la novella di Rosso Malpelo;

 

http://online.scuola.zanichelli.it/metodiefantasia/files/2009/08/verga.pdf

Se il Verismo e Verga ti hanno incuriosito continua nella lettura di altre novelle, al link in basso troverai tutte le novelle di Giovanni Verga, tra cui La roba e Nedda che abbiamo già studiato.  http://www.classicitaliani.it/index169.htm